Il protocollo di intesa siglato tra Governo e Parti Sociali il 14 marzo 2020 per il contrasto e contenimento della diffusione del virus negli ambienti di lavoro prevede, per le ditte non interessate dai provvedimenti di chiusura dai DPCM e dal Decreto MISE, una serie di misure quali le informazioni da fornire al personale dipendente, le modalità di accesso dei fornitori esterni, le precauzioni igieniche personali, la gestione degli spazi comuni, i dispositivi di protezione individuali etc.

Tra queste misure il punto 4 prevede che
"l'azienda assicura la pulizia giornaliera E la sanificazione periodica dei locali, degli ambienti, delle postazioni di lavoro e delle aree comuni e di svago".

Tale previsione viene da noi interpretata nel senso che l'azienda (ma alla stessa stregua lo studio professionale) che ha proseguito l'attività non essendo questa stata interessata dai vari Decreti che ne imponevano la chiusura e che non ha volontariamente interrotto l'attività, SIA OBBLIGATA a procedere alla "sanificazione periodica dei locali, delle postazioni di lavoro e delle aree comuni e di svago", che si ribadisce essere, a nostra interpretazione,... [continua sul sito]
Con il Decreto Legge 18/10/2012 n. 179 veniva previsto che tutti le imprese, artigiani, commercianti e professionisti, fossero obbligati ad accettare il pagamento con carte di credito o debito. Rammentiamo che la carta di debito è, ad esempio, il Bancomat (quando si utilizza viene addebitato l'importo della spesa direttamente sul proprio conto corrente) mentre la carta di credito è rappresentata, ad esempio, dalle carte Visa-Nexi, American Express etc. (l'importo della spesa viene addebitata alla società che emette la carta e successivamente al cliente tramite estratto conto).

Dal 1° luglio 2020 tutti coloro che hanno a che fare con clienti "privati" (spacci aziendali di imprese, artigiani quali elettricisti, calzolai, idraulici, pettinatrici, barbieri etc.etc. nonché i professionisti) sono obbligati ad accettare i pagamenti tramite almeno una carta di debito ed una carta di credito, in pratica sono obbligati ad installare il POS per accettare tali pagamenti.

Dal 1° luglio 2020 scattano anche le sanzioni nel caso in cui non si accetti il pagamento con carta di credito o debito: chiaramente tale sanzione dovrebbe (il condizionale è d'obbligo) essere applicata su segnalazione del cliente il cui pagamento tramite carta di credito/debito viene rifiutato, quindi la prima cosa da verificare è:

qualche cliente mi... [continua sul sito]
Con il Decreto Legge 18/10/2012 n. 179 veniva previsto che tutti le imprese, artigiani, commercianti e professionisti, fossero obbligati ad accettare il pagamento con carte di credito o debito. Rammentiamo che la carta di debito è, ad esempio, il Bancomat (quando si utilizza viene addebitato l'importo della spesa direttamente sul proprio conto corrente) mentre la carta di credito è rappresentata, ad esempio, dalle carte Visa-Nexi, American Express etc. (l'importo della spesa viene addebitata alla società che emette la carta e successivamente al cliente tramite estratto conto).

Dal 1° luglio 2020 tutti coloro che hanno a che fare con clienti "privati" (spacci aziendali di imprese, artigiani quali elettricisti, calzolai, idraulici, pettinatrici, barbieri etc.etc. nonché i professionisti) sono obbligati ad accettare i pagamenti tramite almeno una carta di debito ed una carta di credito, in pratica sono obbligati ad installare il POS per accettare tali pagamenti.

Dal 1° luglio 2020 scattano anche le sanzioni nel caso in cui non si accetti il pagamento con carta di credito o debito: chiaramente tale sanzione dovrebbe (il condizionale è d'obbligo) essere applicata su segnalazione del cliente il cui pagamento tramite carta di credito/debito viene rifiutato, quindi la prima cosa da verificare è:

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La Corte di Cassazione (Sentenza sez. lavoro del 13 novembre 2019 n° 29179) ha affrontato il tema dell'obbligo del datore di lavoro di valutare la possibilità di ricollocazione del dipendente preliminarmente alla decisione di procedere con il licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Nel caso specifico della sentenza ci si riferisce ad un datore di lavoro facente parte di un gruppo di imprese (alcune delle quali all'estero) e consente quindi di delineare i limiti dell'obbligo di repechage. In particolare, il lavoratore sosteneva che l'azienda non avesse correttamente adempiuto al preliminare obbligo di valutare la possibilità della sua ricollocazione anche in altre aziende facenti parte del medesimo gruppo, oltre al mancato rispetto dell'obbligo di correttezza e buona fede nell'individuazione del lavoratore da licenziare.

Il giudice di primo grado e la Corte di Appello respingevano le domande del lavoratore che proponeva, quindi, ricorso in Cassazione. Nel licenziamento per giustificato motivo oggettivo il datore di lavoro non è onerato del solo obbligo di provare la sussistenza in concreto delle ragioni di fatto che lo hanno indotto... [continua sul sito]